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Ho giocato a lungo. Non per dovere, ma perché in certi momenti credevo davvero nel gioco. Credevo che il campo fosse il posto giusto per misurarmi, per dimostrare qualcosa, per trovare un senso. La maglia con l’orso polare era più di un pezzo di stoffa: era un simbolo. Un modo per dire “ci sono”, per affrontare le partite, per correre, per lottare, per sperare che un giorno le cose potessero andare diversamente.
Non sono stato perfetto. Nessuno lo è. Ho preso gol che mi hanno lasciato cicatrici invisibili. Alcuni li ricordo ancora: momenti in cui mi sembrava di crollare, in cui la frustrazione mi stringeva la gola, in cui mi chiedevo se avesse davvero senso continuare. Altri li ho dimenticati, o li ho sepolti in qualche angolo della memoria. Ho segnato anch’io, e quei gol mi hanno dato brevi lampi di soddisfazione, piccole prove che non tutto era inutile. Che potevo fare la mia parte.
Ma col passare del tempo qualcosa è cambiato. Non è stato un crollo improvviso. Non è stato un gesto di rabbia. È stato un lento allontanamento. Come se il campo diventasse sempre meno familiare. Come se le regole iniziassero a sembrarmi estranee. Come se la competizione — il bisogno di vincere, di misurarmi, di cercare conferme attraverso il risultato — non parlasse più la mia lingua.
Non è colpa del gioco. Non è colpa degli avversari. Non è nemmeno colpa mia. Le persone cambiano. Le fasi della vita cambiano. Ciò che un tempo dava senso può smettere di farlo. Non è un tradimento. Non è un fallimento. È una trasformazione.
Ho dato tutto quello che potevo. L’ho fatto con sincerità. Con impegno. Con la speranza che valesse la pena. Non mi vergogno di questo. Non mi pento. Je ne regrette rien. Le esperienze, anche quelle dolorose, mi hanno insegnato qualcosa: sui miei limiti, sulle mie aspettative, su ciò che voglio e su ciò che non voglio più. Hanno fatto parte del percorso.
Ma ora sento che continuare non avrebbe senso per me. Non perché il campo sia malvagio. Non perché gli avversari siano nemici. Non perché la maglia non abbia valore. Ha valore. Ha rappresentato un periodo della mia vita. Un periodo in cui ci ho creduto. In cui ho provato. In cui ho combattuto. E questo merita rispetto.
Appoggio la maglia sull’erba con cura. Non la getto con disprezzo. Non la strappo. La lascio lì, come un segno di ciò che è stato. Un ricordo. Un capitolo. Qualcosa che ha avuto il suo tempo. Non un peso da trascinare per sempre. Non una catena.
E aggiungo questo, con la stessa sincerità: non gioco più. Nemmeno se cambiasse il trofeo. Nemmeno se gli avversari diventassero più abbordabili. Nemmeno se la competizione promettesse premi diversi o regole più facili. Non voglio più quel trofeo che per anni ho tanto ambito — l’idea di un amore che potesse completarmi, salvarmi, darmi un senso definitivo. Non lo disprezzo. Non lo rinnego. Ma non è più la mia partita.
Lascio il campo a testa alta. Senza vergogna. Senza rabbia. Determinato a uscire, anche se ci saranno fischi. Anche se qualcuno non capirà. Anche se lo stadio continuerà a rumoreggiare. I fischi non mi definiscono. Non mi feriscono come un tempo. Sono suoni. Opinioni. Reazioni. Io non devo giustificarmi davanti a loro.
E mi frego se la mia porta rimarrà vuota, o se prenderà cento gol. Non è più il mio problema. La porta appartiene al gioco. Io non appartengo più al gioco. Non devo difenderla. Non devo contare le reti subite. Non devo misurare il mio valore attraverso statistiche.
Non mi riconosco più nello stadio, nell’arbitro, in quel campionato che per anni ho sognato di scalare tra salvezze all’ultima giornata e coppe immaginate. Ho sognato di crescere, di vincere, di arrivare più in alto. Ho immaginato stagioni in cui le cose potessero cambiare. Ma quei sogni non parlano più di me.
E non sogno più di segnare quel rigore dannato al novantottesimo contro tutti e tutto. Quel rigore rappresentava una speranza: la possibilità che un singolo momento potesse ribaltare tutto, che un gesto potesse dare senso alla partita. Ora so che non funziona così. La vita non è un unico tiro, un’unica occasione, un’unica vittoria o sconfitta.
Ho giocato. Ho dato quello che potevo. Ho rispettato le regole. Ho creduto. Ora scelgo di fermarmi. Non per disperazione. Non per odio. Ma per libertà. La libertà di dire: questo non è più per me. La libertà di cercare altro. La libertà di esistere fuori dal campo, fuori dal punteggio, fuori dalla competizione.
Può esserci un vuoto. Può esserci silenzio. Può esserci incertezza. Ma il vuoto non è la fine. È uno spazio. Uno spazio in cui posso scoprire altre cose: amicizie, passioni, momenti di quiete, un modo diverso di stare al mondo. Non un trofeo. Non una vittoria. Qualcosa di più semplice. Forse più umano.
Non è una sconfitta. Non è una resa. È una scelta. Ho rispettato il gioco. Ora rispetto me stesso abbastanza da uscire. E va bene così.